Atalanta in testa, Juve quarta: come sarebbe la Serie A se contasse solo il

Atalanta in testa, Juve quarta: come sarebbe la Serie A se contasse solo il “merito”

Dal Liverpool al Cagliari, dall’Atalanta al Parma. Il calcio è bello perché è vario, un po’ come il mondo. Infatti ci sono diversi modi per vincere una partita, o un campionato. Cercare il dominio del gioco è uno di questi, ma anche avere un atteggiamento più prudente può sortire buoni effetti, se accompagnato da una buona dose di cinismo ovvero abilità nel capitalizzare anche un numero ridotto di occasioni. Ovviamente non ditelo mai a uno dei nostri allenatori, come se l’abilità nel “chiudersi e ripartire in contropiede” equivalesse all’essere figli di un Dio minore. Battute a parte, si può comunque cercare di individuare la qualità nel gioco espresso tramite l’osservazione di alcuni parametri oggettivi. Ed è proprio quello che ha cercato di fare il CIES con il suo ultimo studio: capire chi ha raccolto più di quanto prodotto e chi invece avrebbe meritato decisamente di più.

Atalanta in testa in Serie A? Sì, se…

Grazie a un modello statistico che incrocia valori come il possesso palla e i tiri effettuati e concessi, il CIES ha messo in fila le performance delle squadre in questa prima parte di stagione 2019/2020. Quello che viene fuori è un panorama singolare, che rivoluzionerebbe alcune classifiche. Prima tra tutte la nostra Serie A, come si vede nella nostra infografica.

Quanto vale questa classifica “alternativa”?

Come detto a inizio articolo, quello sulla meritocrazia – vera e presunta – nel calcio è un dibattito che forse non avrà mai fine. E non serve arrivare necessariamente alla Serie A, ma anche nelle partite casalinghe alla Play. “Ho fatto 20 tiri!” è il classico lamento di chi ha perso una partita, a suo dire immeritatamente. Tuttavia, se per vincere le partite bastasse tirare in porta ad ogni occasione possibile, o anche tenere la palla il 5-10% in più dell’avversario, staremmo parlando di un altro sport. Uno sport tremendamente scontato, aggiungerei. Di converso, è abbastanza intuitivo che avere il controllo del gioco e tirare in porta più volte di quante se ne conceda all’avversario sono modi per facilitare il percorso verso il successo, o almeno per aumentarne le percentuali.

23 vinte e 1 pari in 24 partite: solo applausi per Klopp (Getty Images)

Casi limite: il Liverpool

L’incredibile Liverpool di quest’anno spariglia le carte anche di una riflessione come questa, poiché rappresenta un caso limite. Nel momento in cui un club vince praticamente tutte le partite, ed essendoci sempre dall’altra parte un avversario che le sue chance cerca di giocarsele, è automatico che risulti premiato oltre i propri meriti. Le cose stanno così? Guardando le partite dei Reds ci si diverte quasi sempre, Klopp e i suoi sono obiettivamente spettacolari ed efficaci, ma vincere 23 partite su 24 in Premier League non può mai e poi mai essere considerato “naturale”. E’ un risultato straordinario figlio dei propri meriti ma anche di elementi più casuali, quegli stessi elementi che incidono in negativo sulle performance di altre squadre.

Casi limite: l’Atalanta

Sia chiaro: l’Atalanta di Gasperini è un piacere per gli occhi ed esprime un tipo di calcio unico in Italia. Un approccio estremamente aggressivo e propositivo che mira a togliere il respiro e distruggere così ogni avversario. Un approccio che genera un dato sui punti attesi incredibilmente alto. Secondo lo studio del CIES, tra i 5 principali campionati europei solo il PSG ha una media di xPTS (Expected points: punti attesi) più alto di quello degli orobici: 2.54 contro 2.46 a partita. In cima alla classifica assoluta c’è l’Ajax, che non rientra nella nostra valutazione perché l’Eredivisie non fa parte dei “Big 5” campionati europei, ma che si attesta su un impressionante 2.89 di punti attesi a partita!

Tornando all’ Atalanta, è chiaro che la squadra di Gasperini ha anche dei difetti e che si presentano nemmeno troppo raramente. Viene da pensare a Lazio-Atalanta dello scorso ottobre, che dopo 37 minuti vedeva i nerazzurri condurre beati per 0-3. Come è finita? 3-3. Ma l’esempio più estremo di quanto un approccio come quello di Gasperini possa anche non ottenere risultati è Atalanta-Empoli dello scorso anno. Ecco una schermata di sintesi dell’incontro:

Una sintesi di Atalanta-Empoli dello scorso aprile. Direste mai che è terminata 0-0?

Sfortuna, imprecisione, errori individuali: cosa pesa di più?

Lo studio del CIES restituisce un po’ di merito a Carlo Ancelotti e al suo “fu” Napoli. Se le cose fossero andate un po’ meglio, i partenopei avrebbero potuto lottare per il quinto e forse anche quarto posto. Ad esempio non sorprende che la squadra ora in mano a Gattuso sia nettamente prima per pali colpiti in questa Serie A (15) e come saldo tra pali colpiti e subiti (+9). Non sorprende nemmeno scoprire che Napoli e Atalanta siano le prime due per pali colpiti e anche quelle che risultano più svantaggiate nello studio del CIES. Ma si spiega davvero tutto soltanto così?

“Scusi, chi ha fatto palo?”

Colpire un palo è sfortuna ma può essere anche imprecisione, dipende dai casi e spesso è un po’ l’uno e un po’ l’altro. Curiosando tra le statistiche si scopre che Atalanta e Napoli sono nettamente prime anche per tiri totali: 318 i nerazzurri, 286 i partenopei con la Roma terza a distanza (259). Se però si guardano i tiri in porta allora l’amara classifica della squadra di De Laurentiis trova una parziale spiegazione in più. Se infatti l’Atalanta è prima anche in questa voce statistica (191), il Napoli scivola al 5° posto (144) dietro anche Lazio, Inter e Juventus. Che è prima in classifica e prima anche tra le “miracolate”, ma ne parleremo tra poco.

Tornando a squadre che risultano penalizzate come il Napoli, ci sono altre voci statistiche che aiutano a comprendere i perché di questa annata disgraziata, rispetto a quanto visto sul campo. L’imprecisione nei tiri fa parte degli errori individuali ma non si limita a questi. Ad esempio il Napoli, che è PRIMO per possesso palla nella metà campo offensiva (15 minuti e 39 secondi di media a partita, contro 15’16” dell’Atalanta e 14’58” della Juve), è anche al comando per i cross sbagliati. In totale sono ben 120 i traversoni che i giocatori partenopei hanno effettuato male. Se poi si sposta l’asse sul piano difensivo, molti dei gol incassati sono dovuti a errori individuali di una difesa in teoria rafforzata ma che, tra rodaggio e infortuni vari, ha tradito le attese. Viene in mente il clamoroso autogol di Kalidou Koulibaly, che vanificò una splendida rimonta (da 0-3 a 3-3) nel match di andata contro la Juventus.

La disperazione di Milik dopo un’occasione persa (Getty Images)

E gli arbitri?

Gli amici napoletani vorrebbero certamente inserire anche il fattore “arbitri” nella valutazione, ma non è un terreno su cui ritengo utile scendere. Da qualche parte troverete anche le classifiche degli errori a favore e contro, ma sono classifiche che lasciano davvero il tempo che trovano. E non perché “a fine anno si bilanciano” o cose di questo genere, ma perché ogni eventuale errore ha un peso specifico diverso sull’esito della partita. Un rigore negato nel recupero sull’1-1 è un conto, un gol ingiustamente annullato al 25′ del primo tempo un altro, e così via.

La Juve e il sarrismo: i numeri di un percorso in salita

A proposito di Juventus, avrete già notato come la Vecchia Signora è tra quelle che hanno ottenuto di più rispetto a quanto prodotto. In termini assoluti, questa è già di per sé la certificazione di un ritardo: quello dell’instillazione del cosiddetto sarrismo nella mentalità-Juve. Il calcio di Sarri punta infatti a un dominio del possesso palla su entrambi i lati del campo, e questo è accaduto meno di quanto ci si aspettasse. Anche nei tiri in porta la potenza di fuoco della Juventus stenta a venire fuori: quarta per gol segnati, quinta per tiri totali, quarta per tiri in porta e sedicesima (sì, avete letto bene) per cross utili. Nel calcio secondo Sarri le fasce sono un territorio da occupare con una costanza che nella Juve si è vista solo a tratti. E poi è anche un problema di uomini. Alex Sandro ha garantito un buon rendimento e l’adattamento di Cuadrado è stata una trovata azzeccata, ma il colombiano rimane più incursore che crossatore. Dunque la fragilità di Danilo, la cronica “timidezza” di De Sciglio e i giocatori di attacco che hanno usato spessissimo le fasce come punto di partenza per scambi o per cercare l’uno contro uno e accentrarsi per tirare, hanno generato questa incompletezza.

Tornando al CIES e al dato che emerge sul suo rendimento, esso sembra quasi fotografare le rare sconfitte della Juve di quest’anno. Sia nelle due occasioni con la Lazio sia domenica scorsa a Napoli, la Juventus ha sempre avuto poco o nulla da recriminare quando ha perso. Se il volume di gioco non aumenterà in qualità, quantità e varietà, e i punti ottenuti dovessero avvicinarsi a quelli “meritati”, allora ci sarebbe da preoccuparsi. Il vero campanello d’allarme non è infatti perdere a Napoli (anche considerando il credito con la sorte di quest’ultimo), ma farlo senza lasciare intravedere un copione differente.

Sarri rimugina: la Juve non è ancora abbastanza “sua” (Getty Images)

Gli “italianisti”: Cagliari e Parma

Un’ultimo sguardo sulla classifica delle 10 “overperformanti” ci impone una piccola riflessione su un modo diverso di intendere il calcio. Un modo forse più antico, sicuramente meno spettacolare, ma la cui efficacia è altrettanto sotto gli occhi di tutti. Parliamo di Cagliari e Parma, squadre che hanno reso finora oltre le aspettative che le previsioni della vigilia affidavano loro. Né sardi né emiliani erano tra le favorite nella Serie A 2019/20, ma di fatto i rossoblu sono stati anche in lotta per le posizioni più nobili, prima di un fisiologico calo. Dopo la flessione del Cagliari, il suo posto è stato preso dal Parma, attualmente 7° alla pari con gli isolani. Ciò che accomuna la squadra di Maran e quella di D’aversa è un approccio più pragmatico e speculativo.

Il Cagliari ha dalla sua una cifra tecnica insolitamente alta, per gli standard e il budget degli isolani. Bravura e abilità della dirigenza e anche del tecnico, nel disporla in campo. Tuttavia a volte Maran cade nel vizietto di chiudersi un po’ troppo una volta in vantaggio, o di fare sostituzioni che arretrano il baricentro. Ciò contribuisce a offuscarne rendimento e cifre, bilanciando in negativo le performance di una squadra che ha al contrario dimostrato grosse qualità nel ribaltarle, le partite.

Il Parma è invece un esempio di approccio estremamente e squisitamente passivo, ma che non significa perdente. Quella ducale è squadra che accetta di subire molto, ha una grande capacità di incassare ma anche quella di ripartire facendo quasi sempre male. Un esempio è la gara persa 2-1 a Torino contro la Juventus. Il Parma ha (prevedibilmente) subito l’iniziativa dei bianconeri per quasi tutta la partita, ma è rimasta in gioco fino all’ultimo grazie proprio a questa abilità nel ripartire e farlo anche con 4-5 uomini in contemporanea. A fine partita difficilmente ritroverete la squadra di D’aversa nei panni della squadra dominante, ma la classifica (31 punti in 21 partite) parla da sé.

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