Imprese sportive impossibili: 5 eroi su cui nessuno avrebbe mai scommesso un euro

Imprese sportive impossibili: 5 eroi su cui nessuno avrebbe mai scommesso un euro

Eppure siamo sicuri che qualcuno lo avrà fatto; magari non in tutte queste imprese sportive impossibili, ma a molti piace scommettere sui cosiddetti underdog. Perché sarà pur vero che eventi come quelli di cui vi parleremo in questo articolo succedono solo quando Marte si allinea con Urano e in Giappone una libellula sbatte le ali, ma la storia dello sport non manca di imprese memorabili che se da una parte ci hanno lasciato a bocca aperta, dall’altra hanno riempito le tasche degli scommettitori più arditi.

La più storica delle imprese sportive impossibili: Steven Bradbury

Cominciamo a bomba, con un’impresa sportiva che possiamo definire impossibile, storica, memorabile. Siamo a Salt Lake City, nel 2002, dove si svolgono le Olimpiadi Invernali. Anzi, prima facciamo un doveroso passo indietro. Steven Bradbury (foto sopra), a differenza di quanto si crede, è un pattinatore coi controfiocchi. Alle Olimpiadi invernali di Lillehammer 1994 vince il bronzo nella staffetta sui 5.000 metri, dopo un oro, un argento e un bronzo mondiali rispettivamente nel 1991, 1994 e 1993. Insomma, non è l’ultimo degli arrivati.

Sempre nel 1994, però, Bradbury rischia la vita: in  uno scontro con il nostro Mirko Vuillermin (altro talento olimpico), l’australiano si ferisce l’arteria femorale e perde qualcosa come 4 litri di sangue. Dopo 111 punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione, Bradbury torna a solcare il ghiaccio. Ma nel 2000 arriva un’altra mazzata: infortunio al collo in allenamento e sei settimane di stop. Quando arriva alle Olimpiadi del 2002, chiaramente non è più lo stesso Bradbury.

A Salt Lake City fa i 1.500 di short track, ma esce al secondo turno. Partecipa anche ai 1.000, e qui si compie la sua impresa sportiva memorabile. Vince la sua batteria, ma nei quarti di finale arriva terzo: la squalifica di Marc Gagnon lo fa ripescare ed accedere alla semifinale. La vince, ma in maniera rocambolesca: cadono Kim Dong-Sung, Mathieu Turcotte e Li Jiajun, mentre Satoru Terao viene squalificato.

In finale, Bradbury è ultimissimo e staccatissimo. Eppure, all’ultima curva dei 1.000 metri, di nuovo Jiajun cade, trascinando a terra Apolo Ohno, Ahn Hyun-Soo e lo stesso Turcotte. Bradbury taglia il traguardo e vince nell’incredulità generale la sua prima e unica medaglia d’oro olimpica.

Il Leicester vince la Premier League

Nella stagione 2015/2016, Claudio Ranieri sostituisce Nigel Pearson sulla panchina del Leicester, fresco di salvezza ottenuta in Premier League, l’anno dopo il ritorno nella massima serie inglese. L’avvio di stagione è promettente: le Foxes viaggiano a gonfie vele, battendo quasi tutte le favorite al titolo, tanto da trovarsi inaspettatamente al 1° posto in classifica. A trascinarla c’è tale Jamie Vardy, attaccante fino a quel momento mai così prolifico.

Molti pensano che sia il classico fuoco di paglia, la squadra di bassa classifica che fa la preparazione per partire subito a mille per poi sgonfiarsi in primavera. E invece, ad aprile la banda Ranieri non solo non si è sgonfiata, ma è ancora in testa alla classifica e già qualificata alla Champions League.

Il 2 maggio 2016 è una data che resterà per sempre nella storia del calcio inglese. Chelsea e Tottenham pareggiano 2-2 e questo significa che il Leicester è campione d’Inghilterra per la prima volta nella sua storia. Una cavalcata inaspettata, che rientra di diritto nelle imprese sportive impossibili, tanto che a inizio anno i bookmakers quotavano la vittoria delle Foxes addirittura 5.000 a 1.

Forse Claudio Ranieri non sarà uno dei 50 migliori allenatori della storia, ma la sua è un’impresa sportiva che, sotto molti punti di vista, vale più della conquista di un paio di Coppe Campioni.

Danimarca e Grecia conquistano gli Europei

Uniamo le imprese sportive impossibili di Grecia e Danimarca perché sostanzialmente simili: due nazioni piccole, calcisticamente mai rilevanti nell’economia mondiale, eppure capaci di ergersi davanti ai giganti del pallone fino ad abbatterli, portandosi a casa un trofeo che tante squadre più blasonate possono solo sognare di sollevare: il Campionato Europeo di calcio.

Dal ripescaggio al trionfo

Partiamo dai danesi, rispettando l’ordine cronologico. A Svezia ’92, la Danimarca non doveva neppure esserci. Il suo gruppo di qualificazione era stato vinto dalla Jugoslavia,  una squadra ricca di campioni come Savicevic, Boban, Suker e Boksic. Ma in quell’anno, dopo la morte del dittatore Tito, in Jugoslavia scoppia una guerra civile di proporzioni gargantuesche, e la FIFA decide di escludere la nazionale dagli Europei, ripescando la Danimarca.

In Svezia però non vola la stella dei danesi, quel Michael Laudrup capitano del Barcellona di Cruijff, fresco campione d’Europa ai danni della splendida Sampdoria di Boskov, Vialli e Mancini. “Michi” pensa che sia soltanto una perdita di tempo: la Nazionale è scarsa e il gioco del suo tecnico, Moller-Nielsen, non si adatta ad un campione del suo calibro.

Mai scelta fu più sbagliata: la Danimarca arriva seconda nel Gruppo A, dietro ai padroni di casa della Svezia, accedendo alle semifinali, dove batte l’Olanda di Bergkamp e Koeman ai calci di rigore, dopo il 2-2 dei tempi regolamentari. In finale, i danesi trovano la Germania di Riedle, che a sorpresa regolano con un secco 2-0, vincendo il loro primo e unico trofeo internazionale.

La Danimarca festeggia dopo aver eliminato l’Olanda in semifinale

Di biscotti e tzatziki

Nel 2004, in Portogallo, si svolge la dodicesima edizione del torneo continentale per nazionali. Tra le 16 squadre qualificate ci sono tutte le potenze del calcio europeo: Italia, Spagna, Germania, Francia e Inghilterra, oltre a qualche buona squadra e alle solite vittime sacrificali, tra le quali – sulla carta – figura anche la Grecia.

L’Italia è inserita nel non impossibile Gruppo C con Svezia, Danimarca e Bulgaria. Eppure, gli uomini del Trap pareggiano 0-0 all’esordio con la Danimarca, e poi si fanno fermare sull’1-1 anche dalla Svezia. Al gol di Cassano, a 5’ dal 90’ risponde con uno strepitoso colpo di tacco un certo Zlatan Ibrahimovic. A nulla serve il 2-1 in rimonta nell’ultima giornata contro la Bulgaria, perché Danimarca e Svezia danno vita al famoso biscotto: un 2-2 che qualifica entrambe, mandando a casa gli Azzurri.

Ma le eliminazioni illustri nella fase a gironi non si fermano qui. Anche la Spagna va clamorosamente fuori nel Gruppo A, vinto dal Portogallo con 6 punti: gli iberici chiudono a 4 come la Grecia, che però passa in virtù del maggior numero di reti segnate, visto che lo scontro diretto era terminato in parità e anche la differenza reti tra le due squadre era identica.

Ai quarti di finale, gli ellenici si prendono pure lo scalpo della Francia finalista mondiale, grazie a un gol di Charisteas. Poi, in semifinale, sotto gli occhi dell’arbitro Collina i greci superano 1-0 anche la Repubblica Ceca, grazie ad un gol del difensore Dellas all’ultimo minuto del primo tempo supplementare.

Il 4 luglio 2004, la Grecia di Otto Rehhagel, esperto tecnico tedesco, si trova davanti i padroni di casa, il Portogallo di Cristiano Ronaldo. Il muro greco regge ancora una volta, ed al 57’ arriva la zampata vincente ancora di Charisteas. Ad Atene ed in tutta la penisola ellenica, al triplice fischio finale si scatena una festa senza precedenti.

Andy Ruiz abbatte Anthony Joshua

Può un pugile quotato 1,04 perdere contro un avversario che i bookmaker pagavano addirittura 11? Chiudiamo la nostra panoramica sulle imprese sportive impossibili raccontandovi quel che è successo il primo giugno 2019, nel match tra Anthony Joshua e Andy Ruiz, valevole per il titolo di campione del mondo WBA, IBF, WBO e IBO. Una debacle clamorosa, un’impresa sportiva impossibile degna erede di quando lo sconosciuto Buster Douglas mise al tappeto ‘Iron’ Mike Tyson, quasi vent’anni prima.

Come la Danimarca campione d’Europa, anche Andy Ruiz è un eroe per caso. Joshua avrebbe dovuto sfidare Jarrell Miller, che però fu fermato dopo aver fallito un test anti-doping. Il sostituto sarebbe dovuto essere Luis Ortiz, che però si tirò indietro per ragioni economiche. Così, ad un mese esatto dalla data del match, l’entourage di Joshua trova l’accordo con quello di Ruiz.

Per tutti doveva essere semplicemente la cronaca di una mattanza annunciata, eppure dopo i primi due round si capisce che le cose possono andare molto diversamente dal previsto. Nel terzo round, Joshua manda al tappeto Ruiz, che si rialza prontamente e restituisce clamorosamente pan per focaccia, sdraiando il campione per ben due volte. Dopo tre round in cui entrambi sembrano voler rifiatare, nel settimo Joshua finisce al tappeto altre due volte. Dopo la seconda, l’arbitro dichiara la fine del match per KO tecnico, nonostante il campione in carica si fosse comunque rialzato (seppur sanguinando dal naso).

Così, Andy Ruiz, soprannominato Destroyer, diventa il primo campione mondiale dei pesi massimi nella storia della boxe a battere bandiera messicana.

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