Gli exploit del calcio: l’Italia '82 campione del mondo

Gli exploit del calcio: l’Italia ’82 campione del mondo

Dopo la delusione del 4° posto nell’Europeo di casa, l’Italia di Bearzot sorprende tutti e vince il campionato del mondo in Spagna, nel 1982, battendo in finale la Germania ma soprattutto dopo aver eliminato il Brasile di Zico e l’Argentina di Maradona nella seconda fase a gironi. Per gli Azzurri fu un mondiale in crescendo, nato tra mille critiche e altrettante polemiche, sulle macerie dello scandalo del calcioscommesse di due anni prima. Una vittoria entrata di diritto nella leggenda dello sport italiano, per la sua epicità inarrivabile. Sembravamo derelitti, sull’orlo di una crisi di nervi; ma dopo aver toccato il fondo siamo risaliti, come diceva il Sommo, a riveder le stelle. Anzi, la stella: la terza.

Italia ’82, come era cominciata: tutti contro Bearzot!

Comincia così, il nostro racconto dell’Italia campione del mondo 1982. Con un commissario tecnico, Enzo Bearzot, come tutti schiavo dei risultati e passato dalle lodi sperticate per il bel giuoco del Mondiale 1978, chiuso al 4° posto, alle critiche feroci per una Nazionale abulica, quasi stanca verrebbe da dire. Un po’, il Vecio ci aveva messo del suo, per quel debito di riconoscenza che spesso è costato caro agli allenatori della Nazionale: la rosa, al netto delle defezioni causa infortuni (Bettega) e dei raggiunti limiti d’età, non si era modificata molto negli ultimi quattro anni. Un po’ lo stesso errore che quasi trent’anni dopo fu imputato a Marcello Lippi, eroe del quarto mondiale nel 2006 e capro espiatorio della disastrosa spedizione sudafricana di 48 mesi dopo.

I simboli della testardaggine di Bearzot sono sostanzialmente due: la decisione di andare contro la volontà popolare, sospinta dalla stampa, di non convocare l’ormai pronto Beccalossi, preferendo insistere sui suoi pretoriani. E la scelta di convocare Paolo Rossi, lontano parente di quel bomber cinico e spietato che ci aveva fatto sognare nel 1978. È un Rossi spento, provato dallo stop forzato causa Totonero (lo scandalo delle scommesse sul calcio) e tornato ad assaporare la gioia di una partita ufficiale a poco più di un mese dall’inizio del Mondiale di Spagna.

L’Italia viene da una serie di amichevoli che definire disastrose è dire poco, e al Mondiale di Spagna è inserita nel Gruppo 1 della prima fase a gironi. Un gruppo non irresistibile, formato da Polonia, Camerun e Perù. L’esordio è sulla falsariga delle prestazioni precedenti: zero gioco, difensivismo a oltranza, astinenza da reti. Tradotto, 0-0 contro la Polonia. Quattro giorni dopo ci tocca il Perù, ma non va certo meglio: 1-1, a Conti risponde Diaz a 7’ dalla fine ed è già tempo di processi. Il linciaggio è evitato dal terzo pareggio, di nuovo 1-1, contro il Camerun: gli azzurri passano come secondi del girone, dietro alla Polonia, grazie alla miglior differenza reti proprio nei confronti degli africani.

Ma il cielo è tutt’altro che azzurro su Vigo, sede dell’ultima partita dell’Italia in questa prima fase a gironi.

Eppur si muove

Di tutto si può dire su Enzo Bearzot, ma di certo non che fosse un codardo. Oltre a difendere sempre le sue scelte, senza farsi mai influenzare da nessuno, il CT si è sempre schierato dalla parte dei suoi giocatori, proteggendoli e assumendosi qualsiasi tipo di colpa. E questo i giocatori lo sanno. Lo sentono. E apprezzano.

Nella seconda fase a gironi, l’Italia è nel Gruppo B con Brasile e Argentina. La stampa, e con lui il Popolo, si è già espresso: sarà una mattanza. A Barcellona, il 29 giugno, l’Italia ’82 si presenta con l’etichetta della vittima sacrificale, al cospetto di una squadra che può vantare semplicemente il miglior giocatore al mondo, Diego Armando Maradona. Ma qualcosa scatta, e anche se non è un’Italia scintillante, ci giochiamo la partita ad armi pari. Merito soprattutto di Gentile, che si prende cura del nuovo numero 10 proprio del Barcellona, sostanzialmente non facendogli mai prendere palla. L’Italia vince 2-1, grazie ai gol di Tardelli e Cabrini, rendendo inutile il punto della bandiera di Passarella.

Due anni abbondanti di critiche, finanche insulti – memorabile lo schiaffo del CT a una ragazza che gli urlò “Bastardo!” a Fiumicino, quando gli Azzurri erano in partenza per la Spagna: puff, spariti. Bearzot, l’Italia ’82, sono di nuovo grandi.

La partita che uccise il calcio  (cit.)

Tre giorni dopo la sfida con l’Italia, l’Argentina perde 3-1 anche contro il Brasile ed è aritmeticamente fuori dalla corsa alle semifinali. Così, Italia-Brasile del 5 luglio diventa sostanzialmente un quarto di finale: chi vince va a sfidare la Polonia, che il giorno prima si è qualificata nel Gruppo A (davanti a Unione Sovietica e Spagna).

È la partita che Paolo Rossi aspettava da almeno due anni. È la partita di Pablito, che si sblocca dopo un digiuno durato 14 ore e 56 minuti (dall’inutile gol del 4-1 nella sconfitta contro la Jugoslavia, oltre tre anni prima). “Si sblocca” è dire poco. Rossi piazza una storica tripletta: apre le danze al 5’, riporta l’Italia in vantaggio al 25’ dopo l’1-1 di Socrates e sigla il definitivo 3-2 al 74’, cinque minuti dopo il 2-2 firmato Falcao.

L’Italia si sbarazza della favorita numero 1, la nazionale che con il suo stile improntato all’attacco aveva vinto tre mondiali tra il 1958 e il 1970, la nazionale che poteva contare su giocatori come Zico, Carlos Alberto, Rivelino e Toninho Cerezo. Proprio il numero 10 visto in Italia con la maglia dell’Udinese definì la sconfitta contro l’Italia ’82 “la partita che uccise il calcio”, mettendo fine all’epoca d’oro carioca e sublimando il cosiddetto gioco all’italiana, fatto di difesa e contropiede.

Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!

È dunque l’Italia a sfidare la Polonia in semifinale, l’8 luglio 1982. Una Polonia già incontrata nella prima fase a gironi, ma per di più priva della sua stella, Boniek, squalificata. Gara da non sottovalutare: è vero, gli Azzurri non sono quelli di venti giorni prima, ma devono comunque fare i conti con la squalifica di Gentile e l’infortunio di Vierchowod, oltre alle condizioni fisiche non impeccabili di Tardelli e Oriali. Ah, al posto di Gentile gioca un giovanotto di belle speranze, che cerca di mascherare i suoi 19 anni con un paio di baffoni folti: si chiama Giuseppe Bergomi.

Ma ormai Paolo Rossi è un treno in corsa che nessun ostacolo può arrestare. Il centravanti della Juventus piazza il quarto e poi il quinto gol in due partite, compresa l’incornata “in ginocchio” che chiude il match al 73’ sul risultato (finale) di 2-0. L’Italia accede alla finale del campionato mondiale di Spagna 1982, dove troverà la Germania, che a Siviglia qualche ora dopo la fine del match degli Azzurri piegherà la Francia di Platini soltanto ai calci di rigore.

L’11 luglio 1982 a Madrid è il momento della verità. Il primo tempo è nervoso, si lotta su ogni pallone, ma l’equilibro può spezzarsi quando l’Italia guadagna un calcio di rigore che però Cabrini spedisce clamorosamente a lato. Il terzino sembra scosso, ma nell’intervallo CT e compagni lo rincuorano. Come a dire: abbiamo fatto tutta questa fatica, siamo arrivati fino a qui dopo aver subito insulti e critiche di ogni genere, non ci faremo mica scoraggiare da un penalty sbagliato.

E infatti al 56’ ancora lui, Paolo Rossi, suggella il suo Mondiale di Spagna con un colpo di testa imperioso che apre le danze. Seguono i 25 minuti forse più belli, sicuramente più citati, nella storia della Nazionale italiana. Al 68’, la sua bomba da fuori area rende quello di Marco Tardelli l’urlo più iconico dai tempi di Munch, mentre all’81’ Altobelli sublima la festa che neppure Breitner all’83’ può sperare di rovinare: al triplice fischio dell’arbitro Coelho, l’Italia ’82 è campione del mondo, campione del mondo per la terza volta nella sua storia, campione del mondo a 44 anni da Francia 1938.

Anzi, per dirla alla Nando Martellini, voce storica del commento RAI, siamo campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.

X