Da Kepa a CR7: così Maurizio Sarri ha cambiato il suo destino in 9 mesi

Da Kepa a CR7: così Maurizio Sarri ha cambiato il suo destino in 9 mesi

Quando qualcuno scriverà la biografia di Maurizio Sarri, un capitolo a parte dovrà essere dedicato al periodo fra il 24 febbraio e il 10 novembre 2019. Nove mesi, 259 giorni in cui il destino del tecnico italiano è passato dall’orlo di un esonero dorato alla panchina più importante della carriera. Ma soprattutto colpisce l’andamento della sua immagine, dai forti dubbi sulla sua capacità di imporre la propria autorità su uno spogliatoio importante, alle “palle” di sostituire per due volte consecutive il giocatore più forte e ingombrante al mondo.

Maurizio Sarri (Getty Images)

Maurizio Sarri, da intruso a “ballsy”

I 259 giorni che hanno cambiato tutto

Londra, 24 febbraio 2019 – Nella classica cornice di Wembley si gioca la finale di League Cup, tra Manchester City e Chelsea. Questo non è mai un match qualunque, e non solo perché assegna uno dei tre trofei nazionali dell’anno. Si affrontano Pep Guardiola e Maurizio Sarri, due allenatori che disegnano percorsi diametralmente opposti. Uno affermato campione poi passato alla panchina, l’altro a malapena calciatore dilettante. Uno che ha vinto tutto quello che c’era da vincere incantando pubblico e avversari, ma partendo già da una società top come il Barcellona. L’altro che è invece partito dal basso che più basso non si può, ovvero dai polverosi campi di seconda categoria, guadagnandosi con pazienza l’olimpo del calcio.

Prima che Sarri arrivasse in Premier League, i due si erano incrociati due volte in Champions League. Guardiola aveva avuto parole di grande stima nei confronti del calcio di Sarri, ma era tornato a casa con 6 punti su 6. Imparagonabile la qualità degli organici di City e Napoli e la stima, seppur sincera, era parsa come una signorile concessione all’avversario battuto.

L’onta e la vendetta di Pep

Sarri e Guardiola si ritrovano contro un anno dopo ma stavolta in Premier League. È l’8 dicembre 2018 e stavolta è il Chelsea di Maurizio a vincere 2-0 sul City di Pep, nonostante l’organico del Chelsea non sia ancora una volta all’altezza di quello “citizen”. D’altra parte il Manchester City è oggi ciò che il Chelsea era nei primi anni 2000, ovvero la “riccanza” del calcio, quelli che spendono e spandono per prendere i migliori. Si tratta della prima sconfitta patita dal City dopo 15 turni di campionato.

Quella specie di “onta” viene poi lavata abbondantemente il 10 febbraio 2019, con una lezione esemplare. All’Etihad è una carneficina: 4-0 dopo neanche mezz’ora, 6-0 il finale. La sconfitta è vendicata, abbondantemente.

Sarri-ball sulla griglia

Così torniamo a quel 24 febbraio 2019, quando Manchester City e Chelsea si ritrovano per la terza volta l’una contro l’altra. Una sorta di “bella” e con pure un trofeo in palio, ma l’inerzia è tutta dalla parte di Guardiola e non solo per la rosa superiore a disposizione. Dopo un buon inizio, il Chelsea di Sarri si è incartato, in quel momento è solo sesto in classifica a ben 16 punti dal Liverpool capolista e a 15 proprio dal City. Soprattutto, l’idillio di Sarri con calcio e stampa inglese sembra ormai terminato. Il tecnico è sotto accusa insieme al suo “sarri-ball”, a cui gli avversari hanno preso ormai le contromisure. Inoltre aumentano i dubbi che avevano già accompagnato Sarri nella sua pur eccellente avventura napoletana: la gestione della rosa. A Napoli era accusato di far giocare sempre gli stessi, con la conseguenza di avere alcuni elementi chiave “cotti” nel momento decisivo della stagione. Al Chelsea Sarri mantiene un’ossatura fissa ma cambia più rispetto al Napoli, senza tuttavia fugare i dubbi sulla sua bravura nel gestire spogliatoi “pesanti” e un numero elevato di forti personalità.

La finale di Coppa di Lega 2019 si rivela un match molto equilibrato, con Sarri che presenta i suoi molto più guardinghi del solito, forse memore della scoppola rimediata due settimane prima in campionato. Ad ogni modo è una partita a scacchi che il tecnico italiano pare poter riuscire a risolvere in proprio favore, infatti il secondo tempo è tutto di marca blues e il Chelsea sfiora più volte il gol della vittoria. Tuttavia i tempi regolamentari terminano 0-0 e così sta succedendo anche per i supplementari. A un certo punto, però, succede qualcosa di strano. Anzi, qualcosa di mai visto prima.

Kepa l’ammutinato

Sul finire dei supplementari Kepa Arrizabalaga, 24enne portiere basco prelevato in estate dall’Athletic Bilbao con un assegno da 80 milioni di euro, para a terra su una conclusione di Aguero salvando il risultato, ma si stira. O, almeno sembra accada così, perché non riesce ad alzarsi e lo staff medico si affretta a prestargli soccorso. Maurizio Sarri decide per il cambio, così l’argentino Caballero si prepara a difendere la porta del Chelsea nei decisivi calci di rigore. Però, quando i tabellini luminosi del cambio sono già in aria, Kepa decide che no, lui vuole restare in campo. Fa larghi gesti per farlo intendere, ma Sarri non vuole rischi e insiste. Così fa anche il portierino basco, che infine la vince rimanendo in campo. Sarri la prende malissimo, scalcia bottiglie, è letteralmente una furia. E ne ha ben donde, perché si è appena visto esautorare da un suo giocatore. Per ironia della sorte, poi, Kepa non è proprio inappuntabile nei calci di rigore e il City vince la coppa. Dopo questo match l’immagine di Sarri, già minata da risultati ritenuti deludenti, risulta ancora più indebolita.

Kepa dice no (Getty Images)

Maurizio lascia, ma da vincente

Nonostante ciò, il tecnico va avanti e alla fine avrà ragione lui. Nelle settimane e nei mesi seguenti riprende in mano la situazione e infine porta il Chelsea al terzo posto in campionato, qualificandolo in Champions League. Di più, con due corazzate come Manchester City e Liverpool, era proprio impossibile fare, e questo gli viene finalmente riconosciuto. La ciliegina sulla torta arriverà però il 15 maggio, con la finale di Europa League. Il Chelsea distrugge l’Arsenal 4-1, regalando il primo grande trionfo da allenatore a Maurizio Sarri. Fino ad allora il tecnico toscano era annoverabile tra i “maestri che non vincono mai”, come gli Zeman e altri tecnici dal calcio spettacolare ma che alla fine rimangono con il classico pugno di mosche in mano. L’etichetta viene spazzata via, e a dare un importante contributo c’è Kepa. Proprio lui, il biondino insubordinato che lo aveva ridicolizzato in mondovisione, è tra i protagonisti di un lieto fine assai poco scontato.

La Juve, l’onore, i dubbi

Forte del massimo possibile in Premier League e di una Europa League vinta, Maurizio Sarri lascia Londra e l’Inghilterra con destinazione Italia, precisamente Torino. Stavolta la sfida è ancora più importante, la più dura e avvincente di una carriera che ora, 30 anni dopo essere partito da Stia (Ar), è vicinissimo al suo apice dopo aver toccato tutte le categorie del calcio. Un record difficile da eguagliare, forse impossibile.

Con il suo ingaggio alla Juventus non finiscono certo i dubbi sul suo conto. Riuscirà a vincere divertendo? Alla fine è stato preso per quello, in una inattesa metamorfosi juventina. Inoltre ci si chiedeva se sarebbe stato in grado di gestire uno spogliatoio così importante. Chiederselo era più che lecito, anche alla luce del famoso episodio in Coppa di Lega.

Cosa hanno detto i primi 4 mesi di Sarri in plancia di comando della Juve? Prima di addentrarci va ricordato che noi italiani siamo diventati un popolo da tutto e subito, consumatori da fast food. Già dopo la prima giornata di campionato c’era gente che si chiedeva dove fosse il bel gioco di Sarri, dopo il pareggio di Firenze (terza giornata) già si sprecavano le condanne. Come siamo messi oggi? Juve prima in classifica e già qualificata agli ottavi di Champions League, con due turni di anticipo. E il bel gioco? Vediamo un po’.

Napoli-Londra-Torino: le tre tappe della metamorfosi sarriana

L’impressione che ho è che Sarri alla Juve stia completando il suo processo di maturazione da tecnico. A Napoli aveva per la prima volta a disposizione un organico di alto livello, anche se non abbastanza ampio per competere fino in fondo e su più fronti. Molti gli rimproveravano di far giocare sempre gli stessi, ma il vero difetto di quel Sarri è che il suo sistema non aveva un piano B. Nel momento in cui saltava un interprete, saltava lo spartito.

Al Chelsea abbiamo assistito a un altro gradino di questa evoluzione, perché il Sarri-ball era praticamente identico a quello di Napoli sotto diversi aspetti (pressing, possesso palla, triangolazioni palla a terra), ma con interpreti diversi. Il caso più eclatante è stato quello di N’Golo Kante, che Sarri ha cercato di trasformare in mezzala ma senza successo. Questo e altri problemi hanno inficiato la sua prima esperienza all’estero, anche se alla fine ha avuto ragione lui. Il terzo posto in Premier equivale al primo tra gli “umani” e anche di più, visto che ad essere indicato come terza forza del campionato era il Tottenham (infine quarto) e visto che i blues hanno poi sollevato al cielo l’Europa League.

I tifosi però non lo rimpiangono, e d’altra parte loro sono fatti così pressoché ad ogni latitudine: facili a infatuarsi e altrettanto frettolosi a disamorarsi. Il Sarri-ball era stato accolto come possibile nuova “way to success”, ma il sistema di gioco necessitava di tempo e infatti l’obiettivo non era quello di vincere subito. Il tradimento delle mal calibrate aspettative è stato l’origine di un malessere crescente da parte dei tifosi, nei confronti del tecnico italiano. La scarsa dimestichezza di Sarri davanti ai microfoni, oltre ad episodi come quello di Kepa, hanno contribuito a crearne un’immagine weak, debole, e in quanto tale estremamente attaccabile come capro espiatorio. Il numero di tweet recitanti cose come “Fuck Sarri-ball” e “Sarri-out” è a un certo punto diventato fenomeno piuttosto preoccupante nelle dimensioni, salvo scemare lentamente, fino al trionfale epilogo di stagione che ha messo a tacere tutti.

L’occasione Juve e il piacere di vincere

L’esperienza inglese ha però segnato in maniera importante Sarri, e ciò è risultato sempre più evidente con il passare delle settimane trascorse al timone della Juventus. Si parlava di metamorfosi juventina, convertitasi inaspettatamente alla ricerca dell’estetica. Però non dimentichiamo che si tratta di una ricerca fondata su una tradizione che non può che rimanere vincente, infatti il Maurizio Sarri arrivato alla corte degli Agnelli è molto diverso dal “Masaniello” integralista ammirato a Napoli. Al di là dei discorsi sul potere e sull’essersi fatto assorbire da esso (troppo sterili per meritare approfondimento), ciò che mi interessa maggiormente è capire come le esperienze passate hanno cambiato Maurizio Sarri arricchendolo, e ovviamente non mi riferisco al denaro.

Sicuramente non ha mai avuto a disposizione un organico di qualità e ampiezza paragonabili, e questo veniva visto inizialmente come un limite. Ma in realtà è un valore e non potrebbe essere altrimenti. Ci sono dettami da cui non ci si discosta come la difesa a 4, ma i sarrismi già visibili nella Juve sono anche altri: su tutti, la scientificità del pressing sulle palle perse, volto alla riconquista immediata.

A Napoli Sarri ha scoperto la chiave e gli interpreti per offrire un calcio di alto livello con le sue teoria. Anche Londra ha insegnato molto al tecnico toscano, sia sull’esigenza di una maggiore elasticità in piazze importanti sia sul piano dei rapporti con i giocatori e con stampa e tifosi. A Torino questa trasformazione-maturazione può completarsi nel modo migliore possibile. L’esperienza del campo ci sta infatti confermando che Sarri è alla ricerca del giusto equilibrio tra il suo credo calcistico e il dna juventino, anche perché avere finalmente alzato un trofeo gli ha fatto capire l’importanza del riempire una bacheca.

Sottotitoli in lusitano attualmente non disponibili (Getty Images)

Sono Maurizio, sono Cristiano (ma anche no)

Torino, 10 novembre 2019 – E arriviamo all’ultimo puntino da completare, in questo nostro viaggio nei 9 mesi che hanno cambiato il destino di Maurizio Sarri. O meglio, i 9 mesi in cui lui è stato capace di cambiare il suo destino, da fallito di successo a possibile membro ufficiale dell’olimpo calcistico.

A Torino si gioca un classicone come Juventus-Milan, partita resa ancora più delicata dalla tenacia dell’Inter che non molla un colpo. Quattro giorni prima, nel freddo di Mosca, all’ottantaduesimo minuto di gioco si era ancora sull’1-1. Niente di così preoccupante, poiché un pareggio non avrebbe messo a repentaglio la qualificazione. Però Sarri decise di fare una sostituzione, inserendo Paulo Dybala e togliendo dal campo nientemeno che Cristiano Ronaldo. Il fuoriclasse portoghese non l’aveva presa benissimo, ma alla fine la Juventus aveva vinto con gol allo scadere di Douglas Costa. Sarri parlava di un fastidio al ginocchio che non permette a Cristiano di allenarsi bene. Non si sa se sia vero, ma di certo il CR7 di questi ultimi tempi è lontanissimo parente del campionissimo ammirato finora, oltre che strapagato.

Quattro giorni dopo, appunto, c’è Juve-Milan. Ronaldo appare in dubbio fino alla vigilia, ma poi nell’undici titolare c’è anche il numero 7. Come in tutti gli appuntamenti più importanti, e non solo. Tuttavia il lusitano palesa ancora i recenti limiti, non salta l’uomo e a volte sembra persino dannoso per la squadra. Così, stavolta addirittura al 55′, Sarri lo toglie dal campo, per fare spazio ancora a Dybala. Stavolta il disappunto di Cristiano è palese e lui, come avrete letto ovunque in questi giorni, non solo non va a sedere in panchina tra i compagni ma lascerà lo stadio con qualche minuto di anticipo sul fischio finale. Alla fine la partita la vince ancora la Juve e la risolve proprio Dybala, il subentrato.

Dogmi e certezze

Non mi soffermo sul gesto di Cristiano Ronaldo, ma su quello dell’allenatore. Togliere uno come il portoghese, ingaggiato con 31 milioni netti all’anno per condurre la Juventus a colmare il gap che la separano dai vertici del calcio mondiale, appare come un gesto forte. A guardar bene lo è, ma non certo nel senso della lesa maestà. Lo è perché certifica che Sarri non ha paura di inimicarsi la superstella della squadra, il giocatore più amato e famoso al mondo, per perseguire il bene supremo che è la Juve. Lo è perché certifica che Maurizio Sarri ha abbandonato i dogmi per coltivare certezze. Dover schierare CR7 sempre e comunque è un dogma che serve solo a fini di marketing e al culto della personalità del campione portoghese. Poter contare su Cristiano Ronaldo è invece una certezza che la Juve può vantare e che smette di esserlo se diventa una prigione. Se Cristiano avrà il buon senso di rendersi conto di tutto ciò, sarà lui a ringraziare Sarri di averlo preservato.

Nel frattempo la notizia rimbalza sui giornali di tutto il mondo e la sensazione è davvero strana. In Inghilterra Maurizio Sarri ci era arrivato con l’aura da rivoluzionario del calcio che strizzava l’occhio agli anti-sistema. Però, soltanto 9 mesi fa, sembrava ormai un intruso nel calcio che conta, uno “bravo ma…”, uno incapace di gestire uno spogliatoio di alto livello. Oggi per tutti è Sarri è “ballsy“, uno con le palle, e per cosa? Per avere operato una scelta aziendalista.

Il calcio è strano, Beppe. E terribilmente isterico.

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