Verona campione d'Italia: quando il calcio di provincia mise in scacco le grandi
Verona campione d'Italia: quando il calcio di provincia mise in scacco le grandi

Verona campione d’Italia: quando il calcio di provincia mise in scacco le grandi

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Immaginate che l’Udinese vinca oggi un campionato di Serie A battendo avversarie che annoverano Messi, Cristiano Ronaldo, Mbappé, Salah, Lewandowski, Neymar. Sembra una cosa completamente irreale, eppure in Italia è già successo qualcosa di molto simile e il 12 maggio prossimo compirà 35 anni. Sì, oggi vi racconterà del Verona campione d’Italia 1984/85.

35 anni fa la più grande sorpresa di sempre: il Verona Campione d’Italia

Anche se tra il calcio di oggi e quello di 30-40 anni fa non esiste un serio confronto possibile, ci sono avvenimenti che sono destinati comunque a rimanere straordinari. Lo scudetto del Verona campione d’Italia 1985 è tra questi, senza ombra di dubbio. Non a caso si tratta dell’unico esempio, nella storia del calcio italiano, di una squadra espressione di una città non capoluogo di provincia che vince il massimo campionato.

Guardando alla Serie A velleitaria e indebitata degli ultimi lustri sembra inverosimile, ma c’è stato un periodo in cui il nostro era davvero il campionato più bello e difficile del mondo. Nella prima metà degli anni ’80, con la riapertura delle frontiere, si erano susseguiti gli acquisti-crack da parte delle squadre italiane. La Juve aveva già Platini, la Roma Falcao e l’Udinese un’altra stella di prima grandezza come Zico, ma l’estate 1984 fu particolarmente movimentata.

Daniel Bertoni e Diego Maradona posano con la nuova maglia. Per lo scudetto, D10S dovrà aspettare ancora un paio d’anni (Wikipedia)

La chiusura della Federcalcio e la corsa agli acquisti

La Federcalcio aveva annunciato uno stop di 3 anni all’ingaggio di calciatori stranieri provenienti da campionati esteri, a partire dal gennaio seguente. Dunque quella del 30 giugno era occasione da non perdere per assicurarsi qualche grosso campione. Detto fatto: il Napoli ingaggia nientemeno che Diego Armando Maradona, l’Inter va a prendersi Karl-Heinz Rummenigge e anche Torino e Fiorentina non stanno a guardare, acquistando altre due stelle brasiliane come Junior e Socrates.

Maradona, Platini, Falcao, Zico, Rummenigge, Socrates, Junior, tutti ai nastri di partenza del campionato 1984-85. Nessuna delle loro squadre, tuttavia, vincerà quello scudetto.

Nel calcio ogni tanto capitavano stagioni un po’ così. Più di una volta è successo che stagioni strane si verificassero immediatamente dopo grandi manifestazioni come Mondiali o Europei. Nel 1982/83, ad esempio, aveva vinto la Roma interrompendo un digiuno di 41 anni. Nel 1986/87 sarebbe stata invece la prima volta del Napoli e nel 1990/91 della Sampdoria.

La rosa del Verona 1984-85

Dal Vangelo secondo Osvaldo: come nasce il Verona Campione d’Italia

Il Verona era tornato nella massima serie due stagioni prima, dopo aver vinto il campionato di Serie B nel 1981/82 con in panchina il suo uomo del destino: Osvaldo Bagnoli. Milanese, allenatore e personaggio senza fronzoli, Bagnoli porterà i gialloblu dal totale anonimato al trionfo in soli 3 anni. Le avvisaglie che qualcosa di buono potesse accadere si erano avute nelle prime due stagioni, terminate con un fragoroso 4° posto parzialmente confermato dal 6° posto dell’anno seguente.

Le ragioni di quell’ottimo impatto con la Serie A erano sia di matrice tattica che di qualità individuali. Bagnoli era un catenacciaro quando ciò non era ancora considerato una “vergogna”. Semplicemente era molto abile nel rompere le trame degli avversari e controllare il ritmo di gara, salvo poi lanciare improvvise fiammate in verticale. Per qualsiasi disegno tattico, però, c’è bisogno degli uomini giusti al posto giusto. C’è bisogno di uomini di fiducia.

La base di partenza: Garella, Tricella, Volpati, Di Gennaro

Le basi del Verona poi campione d’Italia erano sostanzialmente quattro: Garella, Tricella, Volpati e Di Gennaro. Il primo era ed è probabilmente il miglior “portiere coi piedi” nella storia del calcio italiano. Apparentemente sgraziato e leggermente sovrappeso eppure agilissimo, Claudio Garella era un portiere sui generis, grandioso nelle respinte con ogni parte del corpo, in particolare coi piedi. Roberto Tricella era invece un libero dai piedi discreti, abile ad avanzare palla al piede. Domenico Volpati era un giocatore poco appariscente ma fondamentale, in quanto jolly da utilizzare in vari ruoli tra difesa e centrocampo. Antonio Di Gennaro era invece quello capace di dare qualità al centrocampo, regista-mezzala con bella visione di gioco e un tiro da fuori niente male. Su queste basi arriva la vittoria del campionato di Serie B.

Marangon + Fanna: Bagnoli mette le ali

Per il primo anno in Serie A arrivano altri pezzi di quel puzzle memorabile che si concretizzerà due anni più tardi: Luciano Marangon e Pietro Fanna. Il primo era un giovane terzino sinistro di scuola Juventus ma proveniente dalla Roma, molto abile nelle proiezioni offensive. Il secondo era una classica “ala di raccordo”, micidiale quando in giornata e proveniente dalla Juventus. Proprio alla Vecchia Signora, Pierino non aveva mantenuto le alte promesse e quindi era stato girato ai gialloblu, dove però Fanna arriva con una voglia di riscatto ENORME.

1983: arriva il “Nanu”

Nel 1983/84 si aggiungono altre pedine importanti, allo scacchiere che porterà il Verona al titolo di campione d’Italia: Bruni, Fontolan e Galderisi. Il primo un centrocampista-mezzala destinato a diventare un po’ l’alter-ego di Di Gennaro. Il secondo un classico ed esperto stopper vecchio stile, desideroso di affermarsi dopo l’esperienza in chiaroscuro all’Inter e quella al Como. Ma forse l’acquisto più importante era quello di Peppe “nanu” Galderisi, enfant prodige due anni prima alla Juventus dove si era affermato come bomber in seguito all’infortunio di Bettega, ma poi con poco spazio a causa del ritorno di Paolo Rossi.

Si giunge così al 1984/85, un’annata in cui scelte azzeccate e vari destini incrociati si apprestavano a scrivere una favola incredibile.

Hans Peter Briegel festeggiato dopo un gol (Nicola Calzaretta – Wikipedia)

1984/85: la situazione delle “Big”

La Serie A è elettrizzata dall’arrivo di Diego Armando Maradona, appena acquistato dal Napoli. Tuttavia l’asso argentino non riesce ancora a incidere come può e la squadra stenta. La Juventus è campione in carica con una squadra da sogno, ma concentrata più sulla Coppa dei Campioni che sul campionato. Alla fine vincerà la coppa dalle grandi orecchie, ma in una notte insanguinata che nessuno vorrebbe ricordare. La Roma ha vinto lo scudetto due anni prima, non ha forse digerito in pieno il passaggio da Liedholm ad Eriksson e, soprattutto, è ancora sotto shock per la finale di Coppa Campioni persa ai rigori contro il Liverpool, all’Olimpico.

E le milanesi? L’Inter ha appena messo a segno un colpo straordinario con l’acquisto di Karl-Heinz Rummenigge, anche se l’ambientamento di Kalle non sembra dei più felici. Inoltre anche la guida tecnica scelta da Ernesto Pellegrini non si rivela azzeccatissima. Ilario Castagner viveva ancora un po’ di rendita da quel suo straordinario Perugia che aveva sfiorato lo scudetto 6 anni prima e veniva dai cugini milanisti, che aveva aiutato a risalire dalla B. Proprio il Milan era reduce da un discreto ottavo posto dopo il nuovo purgatorio della Serie B, ma era ancora ben lontano da quello destinato a segnare un’epoca alla fine del decennio.

Elkjaer e Briegel, quando azzeccare i 2 stranieri faceva la differenza

In tutto ciò, il Verona appariva come una squadra collaudata e bisognosa solo degli innesti giusti. Nell’Italia del campionato a 16 squadre e con il limite dei 2 stranieri, la differenza poteva farla proprio l’azzeccare gli stranieri giusti. Il GM Mascetti porta a Verona il tedesco Hans Peter Briegel e il danese Preben Elkjaer Larsen. Il primo era noto al grande pubblico italiano perché presente nella vittoriosa (non per lui) finale del Mondiale ’82. Difensore o all’occorrenza anche centrocampista, Briegel era soprattutto una figura umana che evocava in maniera pressoché perfetta la definizione di “PANZER”. Elkjaer era invece un attaccante messosi in luce nell’Europeo ’84, che il Verona aveva prelevato dai belgi del Lokeren.

Preben Elkjaer Larsen in azione (Facebook-Wikipedia)

Scacco al Re Diego, il coast to coast e un gol-simbolo

Il campionato vede il Verona partire col botto: 3-1 contro il Napoli di Maradona, il cui esordio nel nostro campionato non potrebbe essere più amaro. Alla seconda giornata i gialloblu sono già primi in solitaria. Sembrerebbe un fuoco di paglia, anche perché nelle due precedenti stagioni la squadra di Bagnoli aveva fatto eccellenti gironi di andata, calando poi nel ritorno. Stavolta però sembra esserci un’aria diversa, e un’altra avvisaglia arriva nel pomeriggio del 14 ottobre 1984.

Il Verona ospita la Juventus di Platini, anche se il fuoriclasse francese non è al meglio e Trapattoni lo lascia inizialmente in panchina. Le Roi entra a inizio ripresa, ma le cose non migliorano per i bianconeri, anzi… Il Verona va in vantaggio con  Galderisi nel più classico dei gol dell’ex. Non il primo, perché “Nanu” aveva castigato la Vecchia Signora già nel campionato precedente. A meno di 10 minuti dalla fine, però, accade questo


Una volata clamorosa, epica, destinata a rimanere nella storia del calcio non solo veronese. La potenza e l’eleganza con cui Elkjaer si fa beffe della difesa bianconera è uno spettacolo per gli occhi. Lo è soprattutto pensando al personaggio Elkjaer, uno che forse avrebbe potuto avere una carriera più luminosa ma lui era così, prendere (con l’immancabile sigaretta che fumava negli spogliatoi a fine primo tempo) o lasciare. Torniamo però al minuto ’81 di quel Verona-Juve. Elkjaer ridicolizza Pioli nonostante  quest’ultimo gli abbia pure sfilato uno scarpino in un estremo disperato tentativo di tackle. Quindi, a piede scalzo scarta anche Favero e deposita la palla nell’angolino a sinistra di Tacconi. Apoteosi.

Un puzzle perfetto

Questo gol descrive più di ogni altro l’alchimia perfetta di quella squadra, un puzzle dove ognuno stava al posto giusto per rendere al meglio. I voli da gatto di Garella, l’equilibrio di Tricella e Volpati, la spinta di Marangon, il fosforo di Di Gennaro, le incursioni di Briegel e Fanna e la strana coppia Galderisi-Elkjaer, così diversi eppure perfettamente complementari. Tra giocatori all’apice della carriera e altri con la giusta fame e voglia di affermarsi, quello di Osvaldo Bagnoli è un puzzle perfetto.

All’inizio del girone di ritorno l’Inter completa l’aggancio in vetta, complice uno scialbo pareggio dei gialloblu a Napoli. Sembra l’inizio di un inevitabile calo, invece succede qualcosa di incredibile. Allo stadio Friuli il Verona è già avanti 3-0 dopo 20 minuti, ma i bianconeri di Zico trovano la clamorosa rimonta con Edinho, Carnevale e Mauro. Ai ragazzi di Bagnoli potrebbero saltare i nervi, invece Elkjaer e Briegel (doppietta per entrambi) fissano il risultato sul 3-5. Se qualcuno cercava una prova di maturità, eccola.

Il 12 maggio un pareggio in casa dell’Atalanta rende gli scaligeri intangibili dal Torino, infine secondo. Il Verona è campione d’Italia e il capolavoro di Osvaldo Bagnoli è completo.

Osvaldo Bagnoli (Wikipedia)

Il rientro nei ranghi e un dubbio: potrà mai ripetersi qualcosa del genere?

Poi il giocattolo si rompe e l’Hellas torna “nei ranghi”: il 10° posto della stagione seguente è una delle performance peggiori per una squadra campione in carica. Quindi un lento calo fino alla retrocessione in B del 1990. Anche per Osvaldo Bagnoli la permanenza ad alti livelli non sarebbe stata lunghissima. Dopo gli anni a Verona per lui ci sono le esperienze al Genoa e all’Inter. Questa sarà però l’ultima ma particolarmente deludente, visto che lo induce al ritiro a 60 anni ancora da compiere. D’altra parte un personaggio come Bagnoli non poteva sopravvivere alla metamorfosi di uno sport che si avviava a diventare qualcosa di molto diverso da quello del 1984/85, anno di un’impresa che rimane senza precedenti nella storia della Serie A.

Oggi infatti il calcio è di per sé molto diverso, a livello nazionale e internazionale. Dalla rivoluzione sacchiana a quella della sentenza Bosman, il panorama è mutato in maniera nettissima. Le risorse economiche contano molto più di prima e la sperequazione di soldi e talenti rendono il nostro campionato molto più squilibrato di prima, a vantaggio delle grandi piazze. Quanto è però riuscito all’Atalanta nelle ultime due stagioni lascia qualche spiraglio aperto. E anche l’impresa di qualche anno fa del Leicester in Premier League, contro ogni pronostico delle scommesse sul calcio, rappresenta una meravigliosa eccezione. E forse è proprio quella fiammella rappresentata dalle rare eccezioni, dalla variabile imprevedibile, che rende accesa in tutti noi la passione per un pallone che rotola sul campo.

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