Dal mercato che non c'è a Sarri bersaglio facile dei

Dal mercato che non c’è a Sarri bersaglio facile dei “vedovi Allegri”: alle radici della crisi Juve

I primi tremolii si erano avuti addirittura in settembre, con il pareggio a reti bianche contro la Fiorentina. Poi i due KO ravvicinati con la Lazio (campionato e Supercoppa) hanno fatto pubblicamente deflagrare un certo malessere, nella Juventus di Sarri. Quindi, ecco altre due dolorosissime sconfitte: quella di Napoli (importante più sotto l’aspetto “simbolico” che altro) e quella di Verona. Ecco, al Bentegodi è andata in scena la tempesta perfetta, per mettere in evidenza tutto ciò che non va in questa stagione nella Juve di Sarri. Proviamo a fare il punto, per cercare di capire quanto la attuale situazione di incertezza e nervosismo ha il neo tecnico come responsabile e quanto invece le colpe vadano cercate (anche) altrove.

La metamorfosi e il tempo

Quando arrivò la decisione di separarsi da Massimiliano Allegri, pressoché tutti (compreso il sottoscritto su queste pagine) scrissero che si trattava di una svolta epocale, per la società di Corso Galileo Ferraris. La rinuncia al pragmatismo di “acciughina” per la brillante spregiudicatezza di Sarri implicava un cambiamento filosofico, di prospettiva. Un cambiamento che richiedeva tempo e passaggi intermedi, anche se darsi scadenze medio-lunghe non fa proprio parte di un certo DNA del nostro calcio.

Dopo i KO con la Lazio si erano esposti Chiellini e Bonucci, a difesa di Sarri e a sottolineare come la differenza rispetto a tante abitudini che avevano ormai acquisito come automatismi sia enorme.  “Prima pensavamo di essere i migliori quando difendevamo in 9 dietro la linea della palla, ci esaltavamo in quello. Ora ci viene chiesto di difendere ma cercando di rimanere il più possibile nella metà campo avversaria”, sono più o meno le parole di Chiellini.

Bonucci parlava invece più di “comfort zone”: “L’arrivo di Sarri è stato un cambiamento totale rispetto al modo di giocare che avevamo prima. Una metamorfosi che devi capire e per la quale devi applicarti, azzerando il passato. Prima di fare tutto questo devi accettare il cambiamento e non bisogna avere la presunzione di pensare che quello che facevi prima era giusto. Non puoi pensare di essere sempre nel giusto e quello che hai fatto, la tua comfort zone, ti porti al risultato. Si può raggiungere anche attraverso altre strade”.

Il suo infortunio ha complicato tutto, ma Giorgio Chiellini è importante anche fuori dal campo, e Sarri ha bisogno di lui (Getty Images)

La Juve, il Sarrismo e Nietsche

Sono concetti che esprimono una volontà, ma anche una difficoltà. Pare che Sarri, in questi giorni difficili, abbia chiesto una mano alla vecchia guardia. Giusto, ma al tecnico bianconero – peraltro uomo di buone letture – servirebbe forse rispolverare Nietsche. Cosa c’entra Nietsche con un campo di calcio e 11 uomini dietro a una palla? C’entra nel momento in cui quegli uomini sono reduci da un ciclo vincente, ma non abbastanza. Gli 8 scudetti in fila (figuriamoci se diventassero 9) sono un record che difficilmente qualcun altro avvicinerà, ma si era capito da tempo che ciò non bastava più. Allegri aveva sposato in pieno la storica filosofia societaria del vincere prima di ogni altra cosa, ma questo percorso aveva probabilmente toccato il suo apice ed era in esaurimento da almeno un paio di anni (Finale di Cardiff, diciamo).

Nel suo ultimo biennio bianconero, Allegri non era mai riuscito a cambiare uno spartito che vedeva la Juve cinica e vincente in campionato, molto meno continua e convincente in Europa. Il giocare sotto ritmo, l’addormentare le partite una volta in vantaggio sono armi rispettabili e non semplici da attuare, però in una Champions su cui aleggiavano la proverbiale tecnica delle due big spagnole e il ritmo indiavolato delle inglesi, giocare al risparmio non poteva più bastare.

Infatti quante BELLE partite ricordate, negli ultimi 2 anni di Max alla Juventus? L’ottavo di ritorno con l’Atletico l’anno scorso, il ritorno del quarto con il Real Madrid del 2018, quello del famoso rigore con annesso “bidone della spazzatura”. Poi poco, o null’altro. Questo perché la Juve di Allegri ha sempre tirato fuori il meglio SOLO quando era con le spalle al muro. Poiché la Champions è competizione in cui serve anche una buona dose di fortuna, essere capaci di dare il meglio solo quando si è già alle corde non può mai essere uno spartito su cui costruire un futuro.

Ecco allora che arriva Sarri e il bisogno di Nietsche. Secondo la “volontà di potenza” del filosofo tedesco, l’uomo ha un insito bisogno di rinnovamento, di una continua ricerca per evitare di fermarsi di fronte a un’ipotetica verità definitiva. E questa volontà si realizza solo se è capace di mettersi in discussione fino a negare se stessa e le proprie precedenti certezze.

In termini forse troppo alti, è esattamente la situazione in cui si trova la Juventus. Rileggendo le parole di Chiellini e Bonucci, emerge la consapevolezza di dover cambiare paradigma, modo di pensare e di stare in campo, per vincere ancora e di più. Ma ciò implica una messa in discussione che prevede NECESSARIAMENTE un momentaneo indebolimento. Si chiama appunto “percorso” e richiede il suo tempo, che non è quantificabile a prescindere. Se poi questo lo abbiano davvero compreso in Corso Galileo Ferraris è tutto da capire, anzi è forse una delle radici del problema.

Crisi Juve, cosa ha sbagliato la società

Quando si decise per il passo forte di rinunciare a Max Allegri, il presidente Agnelli ammise che lui non lo avrebbe fatto, ma che aveva deciso di dare retta a qualche suo dirigente che ne era convinto. Già questo, seppure pronunciato in un contesto che voleva essere cavalleresco con il “Mister” in uscita, non era un buon viatico per l’accoglienza del nuovo.

Da quando Sarri è arrivato sulla panchina juventina non sono assolutamente in grado di dire che non sia stato appoggiato, ma nemmeno il contrario. Anzi, più di un segnale porta a pensare che quella doppia anima, all’interno della società, non abbia smesso di generare tensione. Basti guardare la gestione del mercato, estivo e invernale.

La gestione (anche mediatica) del caso Mandzukic è una delle cose più inspiegabili della stagione bianconera (Getty Images)

Il mercato estivo e i casi Mandzu-Can

Nella campagna pre-campionato Paratici ha apertamente cercato di vendere almeno 4 o 5 pezzi grossi, a partire da quei Dybala e Higuain che, sotto l’ombrellone, venivano fatti percepire come delle lussuose zavorre. Il risultato è che averli tenuti (così come Emre Can, Mandzukic, Khedira, Matuidi) non poteva che sortire l’effetto di dare una idea di improvvisazione, di non avere le idee chiare o comunque di una strategia rivedibile. La cosa è proseguita a mercato estivo chiuso e stagione iniziata, con i “leaks” che filtravano sul malcontento del tedesco e un trattamento incomprensibile riservato al croato, da anni idolo dei tifosi. Attenzione, perché le cose magari saranno andate secondo logiche alla fine corrette, ma la gestione mediatica dei due casi è stata poco meno che penosa.

Il mercato invernale

Si giunge così al mercato invernale. I primi 4 mesi di stagione avevano evidenziato almeno due problemi grossi. Un centrocampo poco tecnico per i fraseggi e il trattamento palla richiesti dal nuovo tecnico, e un reparto terzini in difficoltà numerica dall’inizio e a cui è stata messa una pezza solo riadattando l’eclettico Cuadrado. Si poteva intervenire con uno o due innesti per rammendare tali situazioni, invece no.

Invece si è preso il pure ottimo Kulusevski, ma per l’anno prossimo. Anche qui i dubbi sulla programmazione aumentano. Senza considerare che il giovanissimo svedese, pur se potenziale fenomeno, ha mostrato cosa sa fare in appena una quindicina di partite di Serie A, rimangono dubbi sia sulla sua possibile collocazione sia sul perché si sia lasciata intatta una squadra incompleta.

A cosa serve un parametro zero

In tutto questo c’è un’altra questione strategica, che andrebbe forse trattata a parte ma ci proviamo anche qui. Una delle caratteristiche che hanno contribuito a creare questo lungo ciclo vincente è l’abilità nello scovare i giocatori a parametro zero. Così arrivò gente come Pirlo e Pogba che rivoltarono la Juve, ma non sempre le ciambelle riescono col buco. Negli anni altri parametri zero hanno portato valore, come ad esempio Khedira. Altri molto meno, come ad esempio Dani Alves. Nell’ultimo anno l’organico si è riempito di giocatori arrivati senza esborso di un euro per il cartellino, anche se con sostanziosissime commissioni per i procuratori. E l’utilità in campo è in molti casi ancora da valutare (Ramsey, Rabiot) o addirittura già bocciata in partenza dal nuovo corso tecnico (Emre Can). La verità, e il caso Can lo conferma, è che se noi in un parametro zero vediamo il corpo e il volto di un calciatore, agli occhi del dirigente quella è soprattutto una possibile futura plusvalenza.

Qui però entra in gioco anche Maurizio Sarri, con il suo più grande errore da quando è diventato l’allenatore della Juve. E no, non è un errore che ha a che fare con la qualità della manovra.

Crisi Juve, cosa ha sbagliato Sarri

Il percorso di Sarri è di quelli da romanzo, o da racconti motivazionali. Il bancario che parte dai bassifondi del calcio e arriva a una vetta assoluta come la Vecchia Signora è uno stimolo per chiunque a dare il meglio. Sarri mi è piaciuto anche nel suo modo di non rinnegare se stesso, la sua storia e i suoi modi di esprimersi, pure nella consapevolezza di poter essere giudicato inadeguato. Se però il Sarrismo sta tardando a manifestarsi con continuità nella squadra, oltre a una questione di fisiologiche tempistiche di apprendimento, è anche perché il tecnico si è adeguato totalmente all’organico che gli è stato messo a disposizione. Un organico tra i più costosi in Europa ma solo in apparenza infinito, solo in apparenza completo. Anzi, a centrocampo mancavano – e mancano tuttora – alcune caratteristiche fondamentali per il Sarri-ball.

Il centrocampo degli equivoci

Va bene Pjanic trasformato in un play da 14568 passaggi completati a partita, ma può mai bastare solo il bosniaco a dare tempi e qualità? Matuidi è un meraviglioso e onnipresente furetto, ma con due ferri da stiro al posto dei piedi. Emre Can aveva in teoria più qualità ma non la mentalità per calarsi nei nuovi schemi. Khedira è la duttilità fatta giocatore, ha nel DNA gli inserimenti senza palla e la capacità di segnare ma si rompe ogni 3×2 e non da ieri. Rabiot non giocava una partita da un anno e mezzo e si sapeva che avrebbe avuto bisogno di tempo. L’unico del centrocampo con buone prospettive e margini di miglioramento a breve termine era Rodrigo Bentancur, il cui peso specifico è infatti cresciuto nel corso dei mesi, pure latitando ancora molto in fase di conclusione.

Poi ci sono i casi di Ramsey e Bernardeschi. Il primo preso a parametro zero ma PRIMA che arrivasse Sarri, dunque non richiesto dal tecnico e per cui i dubbi sull’adattabiltà ai nuovi schemi sono inferiori solo a quelli sulla sua salute. Il secondo è entrato in una spirale negativa che lo ha portato a perdere progressivamente identità in campo. Berna era un esterno d’attacco che prometteva moltissimo, oggi non lo è più, ma non è neanche una mezzala e men che meno un trequartista.

La celebre reazione stizzita di Cristiano Ronaldo dopo la sostituzione in Champions contro la Lokomotiv Mosca (Getty Images)

L’illusione della rosa ampia

Quindi non lasciatevi ingannare quando vedete entrare Dybala ed uscire Higuain, o altri sostituti che sarebbero titolari in qualsiasi altra squadra. Senza Cuadrado e Alex Sandro, senza Pjanic e persino senza Bonucci (tornato indispensabile per il KO di Chiellini), questa Juve non può ancora funzionare. Non parliamo di Ronaldo poi, tornato nel giro di un mese da costosissima palla al piede a fuoriclasse risolutore, anche se un po’ solo. A posteriori la gestione del caso-CR7 da parte di Sarri è stata eccellente, anzi la doppia sostituzione di Cristiano rappresenta forse il momento in cui l’allenatore toscano è apparso più forte, da quando è alla Juve.

Poi il gioco di squadra non è decollato come auspicato e qui la colpa è dunque anche del tecnico, che ha accettato una rosa molto forte ma per molti versi non adatta al suo calcio. Sono fortemente convinto che questo tipo di scelta abbia concorso in maniera decisiva a quella involuzione (o mancata evoluzione) dell’ultimo periodo, dove invece le gambe dovrebbero iniziare a girare alla grande e con esse anche la testa, piena di nuovi modi di pensare calcio. Nulla di tutto questo.

Last but not least, questa passività ha indebolito fortemente l’immagine di Sarri, rendendolo ancora più un bersaglio facile di quanto non fosse già, per questo suo passaggio da “rivoluzionario” a “uomo di palazzo”.

I vedovi Allegri

Qui entrano in gioco anche altri fattori, non necessariamente interni a società e squadra ma anche allargando a tifosi e stampa. Il tifoso medio italiano, si sa, è un tifoso semplice: quando si fanno due belle partite in fila sogna il triplete, alla prima sconfitta twitta #SarriOut. Questo perché il tifoso medio è quanto di più influenzabile ci sia. E a fare questo lavoro sporco è la stampa. Nelle file dei giornalisti sportivi ci sono sicuramente più amici di Allegri che di Sarri, su questo mi pare non ci siano molti dubbi. La prontezza nel sottolineare qualunque critica, l’immediato confronto con i risultati (innegabili, in Italia) del predecessore nei momenti bui, addirittura gli editoriali ispirati a una aperta nostalgia di “Acchiughina”, quando non all’indegno paragone con Maifredi, sono segnali chiari. Ma non c’è solo quello.

Da parte della stampa c’è anche un atteggiamento ossequioso che solo in apparenza favorisce i bianconeri, o almeno solo per gli anti-juventini. In passato i continui paragoni (senza alcun senso) con Messi non hanno certo giovato a Dybala. E anche spacciare i possibili recuperi di Khedira e Chiellini come “i veri nuovi acquisti della Juventus” è mentire sapendo di farlo. L’ultima droga per cercare di ammaestrare i tifosi è questo pseudo-tormentone del possibile arrivo di Messi alla Juve e della (im)possibile coppia con CR7. C’è un limite a tutto, ma sembra che mettere dei limiti di decenza non importi a nessuno. Così come è abbastanza evidente che a qualcuno faccia comodo che Maurizio Sarri continui ad apparire un intruso, sulla panchina bianconera.

Fabio Paratici, l’uomo di un mercato denso di equivoci (Getty Images)

Un intruso? Sicuramente, se lasciato solo

Ma lo è, un intruso? Può darsi, però lo si potrà scoprire veramente solo in primavera. La differenza caratteriale con Conte sembra finora aver premiato il suo predecessore al Chelsea. Il suo avere alzato la voce pubblicamente contro i mancati rinforzi della società ha sortito l’effetto di una oculatissima campagna di rinforzo in gennaio, che ha consegnato al campionato un’Inter rinvigorita. Sarri è un altro tipo di persona, più introversa, con uno stile diverso. E anche le due società sono strutturate in modo molto differente tra loro. Dove Sarri ha preferito entrare in punta di piedi, Conte ha strategicamente bisogno di fare la voce grossa, anche per tenere i suoi sempre sulla corda. Quale approccio avrà pagato di più, a fine stagione?

Manca ancora molto per avere una risposta. Certo il tecnico andrebbe supportato dalla società, anche a parole, soprattutto nei momenti difficili. Non farlo, per la Juve di Andrea Agnelli significherebbe abbandonarlo al suo destino, ma anche una brusca frenata nel faticoso percorso del club verso l’élite europea del calcio, tra le favorite per la vittoria dell’ agognata Champions League. E a dire il vero finora non si ricordano parole di particolare sostegno da parte dei dirigenti bianconeri, mentre è stato marcatamente sottolineato qualche mal di pancia per alcune uscite dell’allenatore (vedi dopo il KO di Napoli).

Dall’altra parte, tornando a certa stampa, dipingere Sarri come un inetto, indeciso o inadeguato fin da settembre fa parte di un disegno che oserei definire criminoso, anche perché dissemina ulteriori ostacoli su un cammino che era già annunciato come molto difficile. D’altra parte però si parla solo di pallone e oggi – anche qui – tutti i mezzi sembrano diventare leciti.

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